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Attività culturali
Teatro 2012
Nell'ambito dell'evento culturale "Opitergium rievocazione storica- V edizione", organizzato dal Comune di Oderzo, sarà rappresentata, in Piazzetta del Foro Romano:
Alcesti
di Euripide
Alcesti è la più antica tragedia di Euripide a noi conservata. Fu rappresentata nel 438 a.C. come ultima opera della tetralogia al posto del dramma satiresco e porta in scena una delle creature più commoventi del teatro greco: Alcesti.
Il prologo è recitato da Apollo, che espone l’antefatto del dramma. Admeto, re di Fere in Tessaglia, ha ottenuto dalle Moire di evitare la morte, purché offra un’altra vittima in cambio. Solo la sposa Alcesti ha accettato il sacrificio supremo ed ormai è giunta alla sua ultima ora.
Un’ancella riferisce al coro, formato da cittadini di Fere, le preghiere e il pianto della regina che si sente vicina a morire. Poi appare Alcesti delirante e sgomenta davanti alla morte. La donna muore pregando Admeto di non dare una matrigna ai suoi figli: è il loro pensiero infatti che rende veramente dolorosa la morte.
Quando è pronto il corteo funebre, si presenta Ferete, il vecchio padre di Admeto, a recare l’estremo omaggio alla morta, ma è duramente scacciato dal figlio, che lo accusa di essere colpevole della morte della moglie.
Intanto era arrivato alla reggia Eracle ed era stato ospitato da Admeto, che gli aveva nascosto la vera causa del suo lutto per non metterlo a disagio; l’eroe quindi, inconsapevole, gozzoviglia e si ubriaca. Quando però comprende il lutto che ha colpito il re di Fere, riprende la sua indomita natura di eroe salvatore. E qui ci fermiamo per non svelare allo spettatore prima del tempo l’incredibile e sorprendente epilogo.
Euripide fu l’ultimo grande poeta della tragedia classica e massimo rappresentante di questo genere, dopo Eschilo e Sofocle.
Nacque a Salamina nel 480 o più probabilmente nel 484 a.C., come attesta il Marmor Parium. Molte sono le notizie giunteci sulla sua vita, ma la maggior parte sono invenzioni di comici e di critici malevoli, come la bassezza dei suoi natali, le disavventure coniugali, la morte che il poeta avrebbe subita, sbranato dai cani.
Euripide era spirito aperto a tutte le novità e sentì potentemente il fascino della nuova cultura: della scienza e della filosofia, di Anassagora e di Protagora, della sofistica e in generale di Socrate. L’audacia e l’apertura del suo ingegno lo differenziarono da Sofocle e da Eschilo, anche nella sua condotta privata. Si mantenne lontano dalle vicende politiche, dagli affari della polis, e fece suo l’ideale di vita rappresentato da Anassagora: “Felice è l’uomo che acquistò la conoscenza della scienza…”(fr. 910 N.)
La tradizione ci attesta che fu il primo a possedere una biblioteca privata e amò immaginarselo segregato dal mondo, sepolto in una grotta della nativa Salamina a scrivere le sue tragedie e a meditare sulla oscura vicenda dell’uomo.
Egli fu il primo rappresentante del genio tragico, infelice e solitario, che non riuscì a inserirsi nella vita e nella comunità. La solitudine del poeta fu accresciuta dall’insuccesso della sua opera e dall’incomprensione del pubblico e forse anche per questi motivi lasciò Atene nel 408 e si recò a Pella alla corte di Archelao. Qui, nella Macedonia, a contatto con la natura vergine e selvaggia, conobbe una nuova stagione poetica: compose l’Ifigenia in Aulide e le Baccanti, l'ultima e forse la sua più grande tragedia. Morì lontano dalla patria nel 406.
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Teatro 2011
Sabato 4 Giugno 2011 - Ore 21:30
Nell'ambito dell'evento culturale "Festival del Teatro Classico", organizzato dal Comune di Oderzo, sarà rappresentata, in Piazza Carducci:
Le donne al Parlamento (Ecclesiazuse)
di Aristofane
Il maggior rappresentante della commedia attica antica nacque ad Atene, probabilmente intorno al 445 a.C. Esordì giovanissimo presentando la sua prima commedia, i Banchettanti, nel 427. L'ultima opera che noi conserviamo è il Pluto del 388. Il poeta morì poco dopo. Nelle e con le sue opere condusse una battaglia contro tutto e contro tutti, coprendo di ridicolo uomini e istituti del suo tempo, non rispettando né grandi né umili cittadini, né vivi né morti, scrivendo la satira più feroce e più spassosa ad un tempo dell'Atene democratica che, nel duro travaglio della guerra del Peloponneso, viveva la sua ultima difficile ora affogando nel sarcasmo e nel riso di uno dei suoi più grandi figli. Aristofane condanna il presente, con la sua corruzione e la sua degenerazione, e tutto ciò che viola le norme tradizionali del costume, i principi antichi della politica, della filosofia e dell'arte; esalta ed idealizza invece il passato, visto in un'aureola di grandezza politica e di sanità morale, Ma il segreto di Aristofane non è nei suoi ideali civili, nella sua passione politica. Il vero, il grande Aristofane è nella sua comicità, nell'arte ineguagliata di far ridere e di suscitare allegria ed ilarità. Egli è forse il più grande poeta comico che il teatro conosca: riesce a cogliere l'infinita miseria e dabbenaggine umana, i vizi e i difetti dei suoi contemporanei, gli aspetti paradossali del suo tempo per farne materia di riso. E ne vien fuori un'opera che è una variopinta galleria di tipi e di figure grottesche, una serie di invenzioni e di situazioni comicissime, un incessante fuoco di frizzi e di battute. Inoltre, pur presentandosi come il difensore della morale e degli onesti costumi, è di una oscenità senza pari e si diverte un mondo a presentarci i suoi eroi sempre intenti al ventre e al sesso. Un solo motivo sembra però più sincero e costante: il desiderio della pace e di una vita beata e felice. E' merito incomparabile di Aristofane se l'Atene del V secolo balza così viva ai nostri occhi anche dopo millenni e se la civiltà classica ci si presenta in tutta la sua completezza.
Dodici anni erano trascorsi dal trionfo ottenuto con le Rane e in questo periodo Atene, distrutta militarmente e politicamente, grazie all’aiuto persiano aveva tentato di ricostruire qualcosa del proprio prestigio spezzato. Ma ormai l’irreparabile era avvenuto. La stessa Sparta era uscita esangue dalla “Grande Guerra”, e la sua egemonia su Atene aveva avuto una durata limitata. L’intera Grecia aveva perso moltissimo in quel lungo conflitto e il suo futuro si presentava gravido d’incertezze. In questo clima, nel 392 a.C., al concorso lenaico, vennero rappresentate le Ecclesiazusai, cioè le Donne all’assemblea. Protagonista è Prassagora (Colei che indice l’assemblea) la quale, stanca del malgoverno imperante in Atene, ha convocato tutte le altre donne, prescrivendo loro di presentarsi munite di bastoni, di sandali, mantelli e barbe finte (travestite con gli abiti dei loro mariti). A loro Prassagora espone il suo piano: vista l’inettitudine degli uomini, le donne devono sostituirsi ad essi nel governo della città e per far ciò assumeranno sembianze maschili mediante gli oggetti recati con sé; poi occuperanno la maggioranza dei posti nell’Ecclesìa e, presentata la rivoluzionaria proposta, la faranno facilmente approvare, tanto più che i loro mariti, non trovando più i propri vestiti, non potranno prendere parte all’adunanza. L’idea di Prassagora è accolta con entusiasmo e l’Assemblea ratifica puntualmente quello che si rivela un vero e proprio terremoto politico e sociale. Alla base del nuovo regime vi è il comunismo dei beni e…delle donne: il primo, con l’abolizione della proprietà privata, eviterà furti e rapine (nessuno cercherà di sottrarre agli altri ciò che è anche suo), mentre il secondo farà sì che ogni bambino rispetti come suo possibile genitore ciascuno degli adulti; inoltre tale regime metterà su un piano paritario le donne avvenenti e quelle brutte, perché ogni cittadino, prima di potersi unire alla fanciulla che più gli aggrada, sarà obbligato a soddisfare le legittime esigenze di una donna tra le più brutte o vecchie. Il resto della commedia ed il finale sono tutti da gustare!
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Teatro 2010
Lunedì 31 Maggio 2010 - Ore 21:00
Nell'ambito dell'evento culturale "Opitergium rievocazione storica- IV edizione", organizzata dal Comune di Oderzo sarà rappresentata, nella Piazzetta del Foro Romano:
Mostellaria
di Tito Maccio Plauto
Questa "Commedia dello spettro" il cui titolo deriva da Mostellum, diminutivo di monstrum = fantasma,oltre ad offrire imbrogli a non finire, non è priva di note patetiche; ma l'intreccio e il tono dominante sono sempre quelli della "pochade": in definitiva lo spettro renderebbe inabitabile la casa di un vecchio, Azzecatutto, che, assente da tre anni, torna improvvisamente e rischia di trovare, in casa sua, il figlio che si dà alla bella vita. Il solito servo avvisa in tempo i "banchettanti" e distoglie il padre dall'entrare in quella casa "disabitata da mesi". Alla fine l'imbroglio si scopre, ma il vecchio perdona.
La struttura della commedia appare facilmente divisibile in due parti ben diverse, una prima in cui campeggia la gioventù scioperata, e una seconda - dopo l'arrivo di Trappola dal Pireo- in cui si scatena la girandola degli espedienti.
Il paterfamilias si assenta per affari e il figlio, Fiordamore, si dà alla pazza gioia, riscatta una bella giovane, organizza banchetti, s'indebita sino al collo. Il padre fa ritorno all'improvviso e si dirige verso la sua abitazione, dove intanto il giovane sta sbevazzando con la bella e gli amici. Bisogna fermare il padre! Ci riesce il servo astuto, Trappola, che al vecchio fa intendere che la casa è vuota, abbandonata da tutti perché uno spettro la abita: lo spettro di un uomo assassinato a tradimento.
Superata questa prova, il servo si trova davanti ad un altro ostacolo imprevisto: arriva l'usuraio, Schifasoldi, che reclama il suo, proprio mentre il vecchio genitore è presente. E' la situazione comica che diremo "della corsa a ostacoli". Ne superi uno, te ne trovi subito un altro… Serve un nuovo inghippo e Trappola, messo alle strette, si arrampica sugli specchi: sì il debito c'è, e bisogna pagarlo, ma i soldi presi a prestito furono bene impiegati, dato che servirono ad acquistare una casa. Ed ecco subito, come vuole la legge del comico, un altro ostacolo: Azzeccatutto vuole visitare la casa che il figlio ha comperato. La situazione si fa sempre più precaria per il servo, il quale ne inventa un'altra, portando il vecchio a visitare la casa del vicino, Nasabecco. Qui è giocoforza inventare un equivoco e Trappola, cioè Plauto, ricorre appunto al comico dell'equivoco. Grazie alla dialettica del servo il comico funziona: Nasabecco crede che l'altro voglia vedere la casa per trarne qualche idea per i suoi programmi edilizi; il vecchio s 'immagina di visitare da padrone l'immobile che il figlio ha acquistato.
L'inghippo sembra tenere, ma è troppo fragile per resistere a lungo. La verità viene a galla e il vecchio genitore esce fuori dai gangheri, deciso a farla pagare al servo. Trappola si difende menando il can per l'aia, ma solo l'arrivo provvidenziale di Rubacuori, il migliore amico del figlio, che promette di pagare, lo salva dalla punizione.
PERSONAGGI ed INTERPRETI
Trappola, servo: Giorgio Peccarisi
Zolla, servo: Antonio Borriello
Fiordamore, giovane, figlio di Azzeccatutto: Vitaly Caminotto
Baciucchiella, ragazza amata da Fiordamore: Anna Maria De Simone
Barcaccia, vecchia ancella: Francesca Agostinis
Rubacuori, giovane, amico di fiordamore: Alberto Barosco
Delfina, amica di Rubacuori: Federica Dalla Cia
Pallotta, servo di Azzeccatuttto: Ilenia Casagrande
Azzeccatutto, vecchio: Nicola Carniel
Schifasoldi, usuraio: Simone Boffo
Nasabecco, vecchio, vicino di casa: Gianmarco Vidotto
Fiaccola, servo di Rubacuori: Emir Ramadani
Tavoletta, servo di Rubacuori: Mattia Da Dalt
Ancella: Ana Badica
Aguzzini armati di frusta: Federico Tommasi, Andrea Vidali
SUGGERITRICI
Ana Badica, Sara Rizzi
TROVAROBE
Stella Sandre, Priscilla Lorenzon
ATTREZZISTI
Andrea Bragato , Marco Cattai, Mattia Longo
SCENOGRAFI
Mattia Basset, Valentina Cescon, Antonio Corazza, Mihai Lazar, Priscilla Lorenzon, Sara Rizzi, Stella Sandre, Pietro Zago
ASSISTENTI LUCI E AUDIO
Marco Del Frari, Francesco Lava, Luca Masarin
Teatro 2009
Domenica 31 maggio 2009 ore 21:00
Nell'ambito dell'evento culturale "Opitergium rievocazione storica- III edizione", organizzata dal Comune di Oderzo sarà rappresentata, nella Piazzetta del Foro Romano:
Casina
("La fanciulla del caso")
palliata di
Tito Maccio Plauto
"La fanciulla del caso" o estratta a sorte oppure, secondo una moderna interpretazione, "La fanciulla dal profumo di cannella" (casia). Il titolo originale plautino di questa comicissima pochade era Sortienses (coloro che estraggono a sorte), ricalcato su quello del modello greco Difilo. Due rivali in amore, il vecchio Lisidamo e suo figlio Eutinico si contendono il possesso dell'ancella Càsina, di sedici anni, che prima era stata esposta dalla madre naturale, poi raccolta da un servo e allevata in casa come una figlia da Cleostrata, la moglie del vecchio. Per poter disporre liberamente della ragazza, il vecchio vuol darla in moglie al fido fattore Olimpione, e il figlio, per lo stesso motivo, al fido scudiero Calino. Il vecchio crede di liberarsi del figlio incaricandolo di una missione all'estero, ma Cleostrata ne prende le difese e la guerra continua; alla fine ci si affida al sorteggio che risulta favorevole al fattore. Cleostrata e la moglie del vicino, Mirrina, travestono Calino da Càsina e, dopo una solenne cerimonia, affidano la "sposa" allo sposo e al vecchio che gli fa da scorta. Nella casa messa a disposizione dal connivente, i due non tardano a sperimentare la vera identità di Càsina e si prendono una durissima bastonatura. In seguito si scopriranno i veri natali della vera Càsina che convolerà a giuste nozze con Eutinico.
RAPPRESENTAZIONE PER LE SCUOLE:
Giovedì 28 maggio 2009 ore 9.30
Teatro Cristallo - Oderzo
PERSONAGGI ed INTERPRETI
Olimpione, fattore di Lisidamo: Marco Pagura
Calino, scudiero del figlio di Lisidamo: Giorgio Peccarisi
Cleostrata, moglie di Lisidamo: Sara Zanutto
Pardalisca, ancella di Cleostrata: Anna Maria De Simone
Mirrina, amica di Cleostrata: Daniela Caputo
Lisidamo, vecchio: Nicola Carniel
Alcesimo, vecchio amico di Lisidamo: Gianmarco Vidotto
Citrione, cuoco: Nicola Fiorot
Il prologo è recitato da: Guglielmo Bianco
Il corteo nuziale: Ana Badica, Alberto Barosco, Lisa Brunello, Ilenia Casagrande, Ana Maria Chiriac, Marta Dalla Nora, Roberto Manfioletti
La scena si svolge ad Atene di fronte alle case di Lisidamo e di Alcesimo